• Elia Cristofoli

Il cinema che amo - Parte 3 - L’Horror

Aggiornato il: mar 21



«Ci sono più horror in cielo e in terra, Orazio, di quanti ne conosca la tua filosofia».

🙄

Nel senso che l’horror comprende così tanti sottogeneri, che dire «mi piace l’horror» significa tutto e niente. Ci sono gli slasher, che comprendono tutti quei film con serial killer sanguinolenti e tendenzialmente mascherati, tipo i vari Venerdi 13, Halloween, Nightmare, Scream. Poi ci sono gli splatter, dove il sangue e gli sbudellamenti fanno più ridere che altro, tipo i vari Evil Dead e i film di Peter Jackson degli anni ’80. Ma ci sono anche i gore, o i torture porn, più o meno simili, concepiti per disturbare, come gli Hostel, per intenderci. Ci sono i cannibal movie, il cui nome dice tutto, disgustosi come pochi. Ci sono gli zombie movie, tra i miei preferiti, e non necessitano di spiegazioni. Gli home-invasion, detestabili film sulle intrusioni di sconosciuti in casa, tipo la saga de Il Giorno Del Giudizio. Il fanta-horror, horror sci-fi in inglese, come gli Alien, Gli action-horror, basti pensare ai Resident Evil, dove l’horror appare più come un film action appunto. Gli eco vengeance, dove la natura si ribella all’uomo, come E Venne Il Giorno, Rovine, ma anche i vari film sugli squali. E i gotici, film più estetici che spaventosi, nonché una delle prime forme di horror cinematografico (e letterario). C’è l’horror soprannaturale, che comprende tutti quei film con spettri, presenze demoniache e infestazioni di varia natura, dai vecchi Poltergeist ai contemporanei Insidious. C’è il shockumentary, che comprende tutti quei film girati in stile documentaristico, a partire dal celebre The Blair Witch Project. Poi c’è l’horror erotico, genere che spopolava più che altro negli anni Sessanta e Settanta, e che era così sessita da essere oggi quasi completamente scemato. Gli horror psicologici, con filmoni come Shining, o The Cube. Il thriller horror, che si rifà un po’ all’horror psicologico, ma completamente privo di elementi sovrannaturali. Il techno horror, dove il cattivo è qualcosa di meccanico o di tecnologico, tipo The Signal, Christine - La Macchina Infernale, The Ring. E poi ci sono i vari monster movie, i cui protagonisti cattivi sono appunto mostri di qualsiasi genere, e che a loro volta si trasformano in sotto-branchie più specifiche, come il vampire horror, il licantropy horror, eccetera. E ci sono pure il teen horror, il western horror, gli apocalypse horror, e così via. Insomma, basta piazzarci una parola davanti a horror e otterrete un suo sottogenere che quasi sicuramente esiste. 😂


Ma ora, vediamo quelli che piacciono a me, e a differenza dell’articolo sui film di fantascienza, dove i salti temporali sono in qualche modo leciti (😂), qui cercherò di mantenere un certo ordine cronologico...



Lo splatter di Sam Raimi


La Casa (1981) è il primo film di Sam Raimi, e diciamocelo, è un film di merda. È fatto con pochi spiccioli, e l’intenzione di Raimi non era quella di far ridere, ma di terrorizzare. Tuttavia, il risultato fu così spassoso, che divenne ben presto un cult, e senza volerlo, Raimi aveva appena inventato un genere, tra l’horror e la commedia, che venne subito definito splatter. Sì, è vero, il termine fu usato per la prima volta da George Romero in occasione del suo Zombi, del 1978. Ma nessuno ci fece più di tanto caso, si trattava di un contesto diverso, si riferiva più che altro al termine per identificare le schizzate di sangue, in inglese to splat blood. E comunque quello era un zombie movie. Per quanto mi riguarda, il padrino dello splatter resta Raimi, chiuso il discorso! 😑


Bruce Campbell in Ash VS Evil Dead (serie tv)

Ne La Casa vediamo per la prima volta Bruce Campbell, che sarebbe poi diventato uno degli attori più importanti nel panorama di genere, grazie alle sue espressioni da scompisciarsi dalle risate.

La storia è un classicone: alcuni amici decidono di passare un weekend in un cottage in montagna, in realtà poco più che una baracca. Qui, trovano un libro, il Necronomicon, il «libro dei morti», una vera trashata. Il più stupido di loro si mette a leggere alcune frasi apparentemente insensate, ma che in realtà sono delle formule per evocare dei demoni figli della merda. Da qui in poi, parte lo spasso! 😂

Il celebre Necronomicon, il libro dei morti della saga Evil Dead

Curiosità.

Gli italiani hanno sempre avuto una gran brutta abitudine. Non tanto quella di tradurre in italiano i titoli dei film esteri – magari fosse solo quello! – bensì quella di stravolgerli proprio, secondo criteri non del tutto identificati. In questo modo, hanno spesso e volentieri creato non poca confusione. Come in questo caso, appunto. Il titolo originale del film è The Evil Dead, che significa più o meno “i morti cattivi”. Certo, lo riconosco, avrebbe fatto cagare in italiano. Ma potevano almeno sforzarsi di inventarsi qualcosa che ci andasse vicino, tipo La Morte Malvagia, Il Male Morto, Il Male dei Morti, che cazzo ne so! Il fatto è che chiamandolo La Casa, che per carità, ha un suo fascino, hanno completamente ignorato l’alta probabilità che prima o poi potesse uscire un film intitolato The House. Cosa che puntualmente accade cinque anni più tardi, con un film di Steve Miner (altro regista horror). A quel punto, gli italiani si trovarono di fronte a un grande dilemma: «e come cazzo lo chiamiamo questo», si chiesero, «dato che La Casa ce lo siamo già bruciato?». «Ideona!», esclamo il più acuto fra loro, «chiamiamolo Chi è sepolto in quella casa?». «Sei un genio!», dovevano avergli detto i suoi colleghi, per poi accompagnarlo a tirare cocaina in una bettola fuori Roma. Nel frattempo, Raimi era alle prese col secondo The Evil Dead (1987), che in Italia, guarda caso, uscì col titolo La Casa 2. Ma nello stesso anno, uscì pure House II, e lo stesso genio di prima, dovette aver avuto un’altra delle sue intuizioni geniali, e lo chiamò La casa di Helen. Oook... 😂


La Casa 2 è stato realizzato con molti più soldi rispetto al primo, nonché con vari suggerimenti dai fratelli Cohen e da Stephen King, che insistevano perché Raimi girasse questo sequel. Che poi, più che un sequel, è una sorta di “auto ramake”, poiché la storia è pressoché simile a quella del primo, e molte cose non tornano. Ergo, è consigliabile guardarsi La Casa 2 come fosse un film a sé. Lo so, è un casino, ma chi se ne frega! Perché è qui che il vero splatter tocca il suo apice. La scena di Ash contro la sua stessa mano indemoniata è diventata subito cult. Eccovela:


Il terzo episodio della saga dovette aspettare il 1992, ed uscì col titolo di L’Armata delle Tenebre. Ma stavolta gli italiani lo tradussero tale e quale, perché il titolo originale era proprio Army of Darkness. In questo episodio, decisamente il più surreale e il più comico di tutti, ritroviamo Ash in pieno medioevo – un medioevo all’americana, mooolto ignorante. Le battute si sprecano, e le gag sono tra le più divertenti di sempre. La seguente, per esempio, è la scena del duello, che ricorda a grandi linee Indiana Jones quando spara al tizio che lo sfida con mille salti mortali. 😂



Lo splatter di Peter Jackson


Peter Jackson è più che altro celebre per i suoi Il Signore degli Anelli e Hobbit. Ma prima di entrare nelle grazie degli Oscar, il regista neozelandese fu responsabile di film quali Bad Taste – letteralmente cattivo gusto, ma che in italiano uscì col titolo di Fuori di Testa, valli a capire – del 1987, e di Splatters - Gli Schizzacervelli (1992). Come suggeriscono i titoli, entrambi i film non sono esattamente delle fiabe per bambini. No signori, sono dei veri e propri splatter trash di serie zeta, che però si conquistarono subito un posto privilegiato nel mondo dell’orrore comico. Per chi ha un certo tipo di humour, s’intende. Nel primo, degli imbarazzanti alieni invadono una cittadina della Nuova Zelanda per risucchiare gli umani con cui farci degli hamburger per la loro catena di fast-food spaziali. In una scena, vediamo lo stesso Peter Jackson papparsi il cervello di un tizio con un cucchiaio.

Peter Jackson in Bad Taste, 1987

In Splatters, una delle scene più divertenti – e imbarazzanti, aggiungerei – è quella del prete che si rivela essere il «ninja di Dio»:


Lo so, non serve aggiungere altro. 😶


Ma lo splatter rimane comunque un genere sempre verde, che molti registi amano fare proprio perché la violenza, per quanto assurda, è trattata in maniera così esagerata da far ridere, e per questo adatta anche a un pubblico più giovane. Basti pensare ai due Kill Bill di Tarantino, che rappresentano un tipo di splatter “d’autore”, per così dire. Mentre su Netflix, potete godere della serie Ash VS Evil Dead, sequel della trilogia di Raimi, e da Raimi stesso prodotta, ora alla sua terza stagione, e destinata a proseguire, proprio perché si tratta di un cult intramontabile. Insomma, questione di gusti. Di cattivi gusti… 😂



L’Horror, quello bello

Il pupazzetto di Saw

James Wan rappresenta probabilmente il più bravo regista horror di oggi. Classe 1977, origini cinesi, mezzo australiano, naturalizzato americano, Wan si è fatto notare subito col suo geniale Saw - L’enigmista, del 2004, di cui poi ha curato la regia di tutti gli altri, divenuti immediatamente veri e propri cult del gore, mentre il protagonista, una sorta di serial killer di “persone cattive”, è subito diventato un’icona pop per le nuove generazioni amanti dell’horror, al pari di celebri personaggi del calibro di Freddy Krueger, Jason e Mike Myers.

Dead Silence, 2007

Ma Wan è un pozzo di idee e di tecnica. Nel 2007 dirige un altro horror da cardiopalma, Dead Silence, dove il male proviene da inquietanti pupazzi da ventriloquo. Wan ama le bambole… 😶


Tre anni più tardi esce col film che lo consacra nell’Olimpo dell’Horror, INSIDIOUS, che ragazzi, al sol pensiero mi viene la pelle d’oca. Sempre tre anni dopo, arriva il momento di The Conjuring, con più o meno gli stessi attori, ma ben altra storia, ancora più agghiacciante. In tutti questi film, Wan dimostra una padronanza tecnica della regia horror che nessun altro regista aveva mai avuto prima. Le inquadrature velate, le carrellate lente verso una porta, la musica sottile che sale progressivamente, l’uso della camera fissa che all’improvviso vortica su se stessa, sono tutte cose da manuale nell’horror, ma Wan le porta a un livello superiore, con nuovi espedienti e nuove intuizioni. Provare per credere. Poi nel 2018 ha girato Aquaman, ma vabbè, ognuno ha le sue debolezze… 🤨


Un altro film che ho amato è Quella Casa Nel Bosco, del 2012, diretto da un certo Drew Goddard, che boh, non so chi sia, ma ho molto apprezzato questo suo lavoro. Si tratta di un’idea geniale, della quale non posso parlare senza tradire la trama. Sappiate che anche qui la tensione viene spezzata da gag esilaranti. Ah, e lo dico più che altro per le ragazze, c’è pure Thor! 😉

VI piazzo il trailer, anche se non si capisce veramente di che pasta è il film. Va visto, ve l’assicuro, preferibilmente con qualcuno accanto a cui fargli «BUH» nelle scene più spaventose. 😂



Gli Zombie Movie


Ed ora, quattro zombie movie divenuti monumenti al genere. Il primo è 28 giorni dopo, del britannico Danny Boyle, unico regista di oggi ad aver esplorato ogni genere cinematografico (per citarne alcuni: Trainspotting, 1996; The Beach, 2000; The Milionaire, 2008; 127 ore, 2010; Steve Jobs, 2015). In questo film, Boyle mette in scena una grottesca Londra post apocalittica, svuotandola davvero per alcune scene. È uno dei primi film girati con cineprese digitali, e lo shutter a bomba consegna al film un effetto sempre scattoso, che genere una frenesia continua, mettendo un’ansia della madonna! Quando io e alcuni miei colleghi provammo ad usare la stessa tecnica per alcuni videoclip, la chiamammo appunto «effetto 28 giorni dopo». 😂

È il primo film in cui gli zombie non deambulano, ma corrono. Eccome se corrono! 😱 Per giustificare questa trovata, Boyle ha pensato che i suoi zombie non sono propriamente zombie, bensì degli infetti di una potente forma di rabbia. Il che comporta che per abbatterli non serve per forza sparargli alla testa. Almeno quello…

Di seguito, la scena iniziale con la meravigliosa colonna sonora dei Godspeed You Black Emperor!, band tra le più influenti del post rock anni Novanta, famosi per le loro liriche vorticose. Nota: il brano non è contenuto nella colonna sonora originale, perché dura troppo (circa un quarto d’ora), per cui se lo volete ascoltare tutto, cercatelo a parte, si intitola East Hastings.


Il secondo è un film del mitologico Zack Snyder, L’Alba Dei Morti Viventi, remake del film di Romero del ’78, ma naturalmente molto, ma molto più bello e innovativo. Da Boyle, Snyder ha preso l’idea degli zombie che corrono. In fin dei conti, ci sta, anche perché così gli zombie fanno molta più paura…

Ecco i primi due minuti del film, dalla serie «cominciamo bene»…


REC, 2007

Il terzo è REC, 2007, degli spagnoli Jaume Balagueró e Paco Plaza. Ne sono conseguiti 3 sequel, nonché un remake americano, Quarantena (2009, titolo in voga in questi giorni, dato che sto scrivendo da un’Italia in quarantena) e Quarantena 2, film a sé.

REC è uno shockumentary, ossia girato tutto con camera a spalla come fosse un documentario vero. Difatti, la protagonista è una giornalista che esce con il suo cameraman (che in realtà è il direttore della fotografia del film, geniale) per passare la notte con i pompieri. E niente, ciao proprio.


Il quarto zombie movie da vedere, rivedere e rivedere ancora, è Benvenuti a Zombieland, del 2009, di Ruben Fleischer (regista anche di Venom), con Woody Harrelson, Jesse Eisenberg e la meravigliosa Emma Stone. Beh, questo film ha decisamente raggiunto l’apice, soprattutto grazie all’eccezionale cammeo di Bill Murray. Se non l’avete visto, non vi dico niente, vi mostro solo la sigla iniziale, assolutamente geniale:


E questi sono i primi 10 minuti del 2, Zombieland - Double Tap (2019), praticamente una sigla prolungata, sempre con i Metallica a bomba. Sempre più geniale, cazzo! 😂



Il gore di Eli Roth


Eli Roth è un cineasta molto particolare. La prima volta che ne sentii parlare fu con Cabin Fever, un gore del 2002 che mi disgustò non poco. Soprattutto la scena in cui un ragazzo masturbava una ragazza sotto le coperte guardandola intensamente negli occhi, per poi accorgersi che le sue dita le non le erano entrate nella vagina, ma in una ferita aperta nella coscia. A parte il fatto che solo un pirla confonde la vulva con una coscia, c’è anche da aggiungere che mai fare certe cose senza guardare. Non si sa mai… 😂

Il film racconta di un virus che infetta le persone mangiandole da dentro, come una sorta di lebbra estrema che agisce in maniera velocissima. Orripilante. Ecco le carneficine con conteggio:


Nel 2005 se ne uscì con Hostel, un gore altrettanto disturbato, da guardare con le mani davanti agli occhi e tenendoli mezzi strizzati per sfocare le scene, dove un paio di americani vanno in vacanza in giro per l’Europa, per ritrovarsi nell’Est in un ostello che garantisce carne fresca a facoltosi che vogliono provare il brivido dell’omicidio in una vecchia fabbrica abbandonata, adibita a mattatoio da un’organizzazione criminale senza scrupoli.

In questa scena, vediamo il protagonista che si nasconde in un carrello pieno di arti amputati e brandelli di carne, mentre una specie di macellaio lo spinge fino a… Vabbé, guardate con i vostri occhi:


Non contento, nel 2007 girò pure il sequel, Hostel II, cambiando il punto di vista dalle vittime ai carnefici. I protagonisti infatti sono sempre due americani, ma stavolta si tratta di due ricchi sfondati che acquistano le loro vittime a un’asta online, per poi andarsene nello stesso posto in Slovacchia a sfogare le proprie pulsioni. Ci sarebbe anche un terzo film, Hostel III, con cui fortunatamente Roth non c’entra niente, perché oltre che far cagare, è pure poco credibile, poiché l’esagerazione ha raggiunto livelli decisamente inconsistenti e impossibili.

Nel 2013 esce Green Inferno, omaggio al Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato (1980), con uno sbarbatello Luca Barbareschi. Come suggerisce il titolo, Cannibal Holocaust non promette niente bene. Si tratta infatti di uno dei film più disturbanti che siano mai stai realizzati, e per il quale Deodato ha dovuto affrontare numerose cause, perché tutte quelle esecuzioni, soprattutto di animali, tra i quali una testuggine, erano così realistiche da sembrare vere, e mandarono su tutte le furie le associazioni ambientaliste. Il fatto è che in quegli anni non esisteva la mania dei making of, nessuno voleva svelare i propri segreti, e pertanto non c’erano prove che sostenessero che si trattava solo di effetti speciali ben fatti, settore nel quale gli italiani erano all’epoca i migliori.

Green Inferno di Eli Roth è pressappoco la stessa cosa, vomitevole dall’inizio alla fine. Io l’ho visto a metà, perché a una certa non ce la faccio nemmeno io.

Tra l’altro, Roth aveva già omaggiato Deodato, inserendolo in Hostel II come cammeo, dove il regista italiano interpreta un cannibale che taglia una fetta di coscia a un tizio immobilizzato, si mette a sedere a un tavolo imbandito, si piazza il tovagliolo sulle gambe e inizia il suo spuntino. Eccola qua: 😖


Questo genere di horror non è esattamente tra i miei preferiti. Non so perché mi ostino a guardare certi film. Forse per esorcizzare certe paure. O forse solo perché voglio vedere se sono fatti bene. 😂


Ultima cosa, e poi chiudo con Eli Roth, forse non lo sapete, ma lui fa sempre parte della cricca di Tarantino, Rodriguez e compagnia bella. Molto probabilmente lo ricorderete nei panni del’Orso Ebreo in Bastardi Senza Gloria. 😉

Eli Roth in Inglourious Basterds

Leggi anche:

Il cinema che amo - Parte 1 - Il Pulp

e

Il cinema che amo - Parte 2 - La Fantascienza








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Elia Cristofoli

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