Il Presidente del mondo

Una storia soft-horror per bambini che vanno a caccia di babau

Il Presidente del Mondo

di Elia Cristofoli (2017)

Come capita spesso, all’inizio anche Lui appariva come l’uomo giusto al momento giusto. Era giovane, in forma, vestiva sempre bene, ma soprattutto sapeva parlare.

Senza esagerare, Lui fu il più formidabile oratore di tutti i tempi. Tutti pendevano dalle Sue labbra. Lo stavano a sentire, in silenzio, contemplandolo, facendo attenzione a non perdersi nemmeno una virgola.

Durante le votazioni, ai seggi si recò il 99% degli aventi diritto al voto, cosa mai vista in Italia. Furono pochi a non votare per Lui. Probabilmente, nemmeno gli oppositori. Erano talmente affascinati dal Suo Essere, che alla fin fine non è che facessero tutta questa gran opposizione. In ogni caso, l’esito fu storico, 98% dei voti a Suo favore, divenendo di fatto il Presidente del Consiglio col più alto consenso della storia del Belpaese.

Durante i primi anni, il Presidente fu come tutti si aspettavano che fosse: l’uomo forte, decisionista, che non stava tanto lì a blaterare. Se c’era da fare una cosa, la si faceva e basta! Spesso si recava personalmente sul posto per seguire i lavori con autorità e autorevolezza. Gli altri politici erano sempre d’accordo con le Sue idee. Mai nessuno che la pensasse diversamente, mai un ma, mai un però, quasi fosse investito da un potere ipnotico dal quale era impossibile non restarne persuasi. Più che in una democrazia, sembrava la dittatura illuminata tanto decantata dagli Illuministi, dove tutto andava come doveva andare, senza inceppi, senza intoppi, tutto liscio come l’olio. Sempre!

L’autodeterminazione che Lo contraddistingueva affascinava a tal punto il popolo, che ben presto gli uomini iniziarono a vestirsi e a pettinarsi come Lui, mentre le donne di tutte le età Lo amavano più dei loro stessi mariti, fidanzati o compagni che fossero, i quali, a loro volta, non dimostravano alcun segno di gelosia. Il Suo fascino era sincero e la Sua forza di volontà era contagiosa. La gente era improvvisamente assuefatta da un’operatività frenetica. Tutti volevano fare tutto e tutto veniva fatto in tempo. Si è sempre detto che la perfezione non esiste, ma col Presidente sembrava esistere eccome!

Le cose giuste, come venivano definite le prime leggi d’urgenza, vennero decretate nel giro di un mese dal Suo insediamento a Roma. Dapprima toccò alla riforma della giustizia. Più che una riforma, si trattava di una vera e propria rivoluzione. Tutti i verdetti vennero applicati e i criminali finirono in galera senza sconti di pena. Persino la condizionale venne repressa. A causa di questo provvedimento, molti avvocati rimasero senza lavoro, ma la cosa non sembrò turbare granché la popolazione civile. I clandestini vennero tutti espulsi in massa, imbarcati e rispediti nei rispettivi paesi d’origine, mentre le coste venivano pattugliate centimetro per centimetro, ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette, 365 giorni l’anno. Era diventato impossibile accedere clandestinamente in Italia. La percezione di sicurezza passò dallo 0,2% al 100% in poco meno di sei mesi. Venne messa in sicurezza l’intera penisola, poi le due grandi isole e successivamente tutte le isole minori. I neofascisti e i destrosi in generale ne furono entusiasti. I cattolici un po’ meno, poiché vedevano in questi provvedimenti un passo indietro rispetto ai diritti umani. Quelli di sinistra non parliamone, parlavano di un nuovo Hitler. Ma al presidente non importava, li lasciò parlare e andò dritto per la sua strada, convinto che da lì a poco avrebbe conquistato anche i loro cuori. E così fu.

La seconda legge delle cose giuste, infatti, riguardava due temi cari a tutti, lo sballo e il sesso. La cannabis fu subito legalizzata, anche se l’alcol subì forti restrizioni. Improvvisamente, si poteva fumare praticamente ovunque, a patto di non infastidire chi non fumava. A contrario, non si poteva bere quasi più da nessuna parte, fuorché a casa propria, a feste private, o in occasioni speciali, e a patto che non si guidasse, altrimenti erano previste pene severissime, detenzione inclusa.

Vennero riaperte le case chiuse e la prostituzione fu finalmente legalizzata e controllata, seppure talvolta addirittura incoraggiata. Questi provvedimenti urtarono reazionari e cattolici, tuttavia, dalla cannabis e dalla prostituzione lo Stato incassò talmente tanti introiti che le tasse furono drasticamente ridotte. L’iva fu portata al 3% e la tassazione massima non superò mai il 5%. Nessuno ebbe più nulla da replicare.

La terza legge piombò sulla gente come un fulmine a ciel sereno, poiché riguardava l’istruzione. Tutte le strutture scolastiche, dalle elementari agli atenei universitari, furono convertiti al nuovo sistema. Scuole materne, elementari e medie divennero un’unica scuola, la scuola base, mentre le superiori divennero obbligatorie per tutti, per tre anni consecutivi e furono definite le scuole alte. A 17 anni, si poteva già accedere all’università. Tutti i bambini da un anno in su potevano essere iscritti alle scuole base, a seconda della volontà dei genitori. Fino a 4 anni era facoltativo, dai 5 diveniva obbligatorio. Si risolse così il problema degli asili nido, spesso troppo costosi per le famiglie meno abbienti, che rappresentavano il 75% del tessuto nazionale. Molte scuole materne private subirono forti cali di iscrizioni, perché quelle pubbliche erano diventate di gran lunga migliori di esse. In compenso, incrementò sensibilmente la produzione di tutto, poiché i genitori si ritrovarono nelle condizioni di lavorare tranquillamente senza più preoccupazioni. Senza contare che, non avendo più spese gravose da sostenere, le famiglie potevano finalmente togliersi qualche sfizio. Di conseguenza, il commercio decollò come non mai e il PIL si alzò a dismisura.

Tutte le scuole dell’obbligo erano gratuite, non si pagava più nemmeno un libro, nemmeno quaderni e penne, tutto veniva fornito dal sistema. E per sistema si intendeva lo Stato. E per Stato si intendeva il Presidente. Naturalmente, le scuole private continuavano ad esistere. Chi voleva iscrivere suo figlio in una di queste era libero di farlo. Ma i salari delle scuole pubbliche erano migliori, perciò i professori le preferivano. Mai nella storia d’Italia ci furono tante assunzioni in ambito scolastico: fior fior di professionisti venivano messi a disposizione dell’insegnamento.

Il sistema scolastico mutò profondamente: i programmi non erano più uguali per tutti. I ragazzi venivano accompagnati sin da bambini verso quelle che sembravano essere le loro inclinazioni innate, con la conseguente possibilità di cambiare indirizzo di anno in anno. Improvvisamente, i bambini sembravano tutti dei piccoli geni. Un ragazzino delle medie di Ancona inventò la formula alla quale gli americani si ispirarono per rivoluzionare la fusione a freddo; un bambino di sette anni del bergamasco scrisse un libro di critica dove demolì La Divina Commedia di Dante in sei atti; una ragazza di Nuoro vinse il premio Paganini a soli dodici anni, studiando violino nella scuola statale della sua città. Insomma, l’Italia rifiorì e tornò a fregiarsi di una reputazione ritrovata.

Anche la quarta legge riguardava i bambini, o meglio gli orfani. Affidamenti e adozioni furono rese molto più veloci e senza costi. Anzi, lo Stato era disposto ad investire per chiunque volesse adottare un bambino. E senza discriminazioni!

Ai single, per adottare un bambino, bastava semplicemente dimostrare di poterselo permettere e, naturalmente, di essere sani di mente. Idem per le coppie gay. L’importante era che i bambini fossero tolti dagli orfanotrofi, vere e proprie carceri cui erano costretti senza aver mai commesso un crimine, se non quello di essere nati. Tutti loro avevano il diritto, anzi il dovere, di crescere in una famiglia.

Dopo questo provvedimento, per quanto riguardava i diritti umani, al Presidente nessuno poteva più insegnare nulla. Gli orfanotrofi si svuotarono letteralmente nel giro di un anno e ben presto cambiarono nome in istituti di passaggio genitoriale.

La quinta legge delle cose giuste riguardava l’assegnazione e il ritiro delle patenti di guida. La soglia d’età minima per il conseguimento della patente fu abbassata a 16 anni, come negli USA per intenderci, mentre furono ritirate un sacco di patenti a chi proprio non ce la faceva, soprattutto a persone troppo anziane per poter guidare in sicurezza. I neopatentati potevano guidare qualsiasi mezzo: anzi, lo Stato suggeriva mezzi di grossa cilindrata, perché più sicuri e quindi più adatti ai meno esperti. Tuttavia, le auto per i neopatentati dovevano essere provviste di fermi che limitavano la velocità a 90 kmh e l’accelerazione doveva essere “ammorbidita”, onde meglio evitare sciocchezze da bulli, tipiche di chi è ancora in fase di pubertà. La vendita di auto schizzò alle stelle e la Volkswagen si trasferì in Italia, facendo rimpiangere alla FIAT di essersene andata.

Sempre come in America, fu introdotta la legittima difesa, senza limiti di eccessi, che fu accolta col plauso della grande maggioranza degli Italiani. Per farla breve, per scamparla all’accusa di omicidio bastava appendere un cartello ben visibile all’entrata principale della propria abitazione – ed eventualmente, ma non obbligatoriamente, lungo gli accessi secondari – con descritto nel dettaglio la fine che avrebbe fatto chiunque l’avesse violato con cattive intenzioni. Dopo circa un centinaio di ladri uccisi nel primo quadrimestre, e in seguito all’immediato scagionamento di chi aveva provveduto a farli fuori, i furti nelle case subirono un calo record.

Ognuno aveva il diritto di difendere se stesso, la propria famiglia e la propria casa come meglio riteneva, proprio come dichiara il celebre Secondo Emendamento americano. Soltanto la tortura era illegale: nel senso che chi pizzicava un ladro in flagrante nella propria casa, non era autorizzato a legarlo e a imbavagliarlo con degli elettrodi attaccati ai capezzoli.

Come conseguenza, la legittima difesa intensificò un altro mercato, quello delle armi. Pistole di piccolo calibro e fucili di ogni sorta sarebbero da lì a poco entrati nelle case di molti italiani. Ma ottenere un porto d’armi era diventato più complicato, c’erano un sacco di test psico-attitudinali da passare ed imbrogliare gli strizzacervelli era praticamente impossibile.

La settima legge provocò un putiferio, ma allo stesso tempo metteva ben in chiaro l’intenzione del Presidente nei confronti della libertà di pensiero. Dal giorno alla notte, la legge Mancino, la legge Fano e tutte le leggi che limitavano la libertà intellettuale vennero abrogate.

L’apologia di fascismo non era più reato. I movimenti partigiani si sollevarono all’unisono, ma il governo lasciò che i media mettessero in luce le crudeltà commesse dai partigiani durante la guerra e negli anni successivi, accusandoli delle stesse nefandezze – quando non peggiori – dei loro avversari fascisti. Ovviamente, l’ANPI si difese con la consueta tesi secondo cui erano tempi di guerra, ma il governo replicò lapidario: «stuprare e uccidere donne e bambini solo perché mogli o figli di persone che la pensavano diversamente da voi non ha nulla a che far con la guerra, ma col crimine».

I movimenti neofascisti poterono così uscire allo scoperto e in totale libertà. Guai però se avessero osato torcere un capello a qualcuno. La libertà di pensiero riguardava solo ed esclusivamente il pensiero. A Verona, alcuni neonazisti assalirono due giovanotti gay mandandoli all’ospedale con le ossa fracassate. Furono tutti condannati a 20 anni di reclusione senza sconti di pena. Fu l’ultimo caso di squadrismo registrato in Italia.

L’ottava riforma riguardò sempre la giustizia. Come detto, la buona condotta fu soppressa del tutto, e guai a chi la nominava ancora. Secondo il Presidente, infatti, era assurdo dare ai criminali la possibilità di scontare meno anni per buona condotta. Una volta in carcere, era ovvio che i carcerati si comportavano bene, non tanto perché erano cambiati nel profondo, ma solo per uscire prima. Dopodiché, tornavano a delinquere.

I processi venivano liquidati in breve tempo, roba di qualche mese al massimo. Chi veniva acciuffato in flagranza di reato grave – tipo un assassino, uno stupratore, peggio ancora un pedofilo – non aveva nemmeno diritto all’avvocato, andava dritto in galera, e solo dopo 5 anni di reclusione poteva ricorrere alla difesa.

Ma la riforma non si limitò a questo, riguardò soprattutto la polizia. In accordo col Ministero della Difesa e degli Interni, l’Arma dei Carabinieri tornò ad essere un corpo esclusivo dell’esercito, mentre la Guardia di Finanza venne convertita in Polizia Federale e non faceva più parte dell’esercito, ma del governo. Questo, per evitare che più corpi di polizia operanti sul territorio si facessero concorrenza tra essi, ma soprattutto per aggiornare i distretti ad una logica più contemporanea.

La Polizia di Stato si rafforzò e assunse più poteri, ebbe più mezzi a disposizione, soprattutto investigativi, poiché, secondo i criteri del Presidente, l’intelligenza doveva sempre superare la forza. La nuova Polizia Federale, invece, ex Guardia di Finanza, assunse un compito molto delicato, ossia monitorare le regioni, i comportamenti inadeguati degli agenti di polizia e controllare le attività sospette. In pratica, divenne il braccio armato dei servizi segreti italiani, che da AISI (Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna) si chiamò ora SSI, semplicemente Servizi Segreti Italiani.

La nona riforma tirò in ballo la Chiesa Cattolica. Gli avvocati più grandi d’Italia – ma anche del mondo – si costituirono parte civile contro il Vaticano, demolendone le fondamenta. Era finita la pacchia per i preti! Quando si trattava di puntare il dito sul fascismo erano tutti bravi, ma quando si toccavano i patti lateranensi, voluti dal duce per evitare che la chiesa si intromettesse negli affari pubblici, la storia cambiava! Dal detto al fatto, i patti lateranensi vennero letteralmente stracciati e il Vaticano venne accusato di evasione fiscale e di frode allo Stato. Il Vaticano come città-stato smise di esistere e il suolo su cui si trovava tornò ad essere italiano.

Il Presidente – e non solo lui – riteneva assurdo che quattro edifici in croce si potessero definire “città-stato”, tanto più se questa “città-stato” si trovava nel cuore della città eterna, per la cui eternità non doveva certo ringraziare la chiesa cattolica. Comunque sia, il Vaticano poteva mantenere la propria autonomia all’interno di quel piccolo borgo romano, diventato ormai un’istituzione turistica, tuttavia, tutti i tributi mai versati dalla Chiesa Cattolica dovevano essere retribuiti in tempi strettissimi, pena la confisca dei beni per i quali non pagavano. L’allora papa Francesco non la prese molto bene, ma sapeva che questo giorno sarebbe arrivato prima o poi, solo che sperava non arrivasse proprio quando era papa lui. Migliaia di immobili della chiesa vennero sequestrati, i più fastosi venivano rivenduti sul mercato, mentre tutti gli altri venivano convertiti in case popolari, ospedali e altri istituzioni per i cittadini. Fu un provvedimento titanico, che determinò il consenso totale nei confronti del Presidente, anche dei cattolici, i quali non ne potevano più di vedere i propri rappresentanti navigare nell’oro mentre si fregiavano di parole come pietà e misericordia.

D’ora in poi, le religioni venivano trattate come qualsiasi altra istituzione non governativa, dovevano versare le tasse e adeguarsi al nuovo regime fiscale. Da quell’operazione, l’Italia ne trasse, oltre che un incalcolabile patrimonio, anche il prestigio internazionale. Il presidente russo Putin esclamò: «l’Italia ha ridato a Cesare quel che era di Cesare». Il presidente americano Trump esclamò: «sono commosso!». Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon commentò: «quel che è giusto è giusto». La religione cattolica, in seguito a quell’operazione, subì un drastico ridimensionamento, perse molti fedeli e la sua influenza millenaria iniziò a vacillare. Ma «gli esseri umani», soleva dire il Presidente, «sono tutti importanti, e se mai esiste un Dio, confido sia d’accordo con me che nessuno dei Suoi rappresentanti può ritenersi superiore ad Egli».

La decima e ultima delle grandi riforme delle cose giuste fu il federalismo. Ciò che in molti politici si erano limitati solo a ipotizzare nel corso di decadi, il Presidente lo mise in atto in un quarto d’ora. L’Italia non impiegò nemmeno due mesi per adeguarsi. Ogni regione diventò autonoma, gli assessorati regionali divennero veri e propri parlamenti a sé, eletti dai cittadini. I poteri erano gli stessi del parlamento centrale, seppur vigilati dalla Polizia Federale (come faceva l’FBI con gli stati americani, per capirci). I parlamenti regionali erano molto efficienti (chi più, chi meno), perché potevano legiferare e prendere scelte decisive riguardanti la propria regione in tempi strettissimi. Il governo centrale rimase ovviamente a Roma, ma tutte le regioni di’Italia potevano finalmente autoamministrarsi, così lo stato poteva concentrarsi sulle questioni più delicate. Anche molte città assunsero statuti con poteri speciali, essendo ogni città un mondo a sé e avendo ognuna problemi ben differenti dall’altra. Ora i sindaci potevano finalmente amministrare la propria città in maniera diretta, senza intromissioni da parte di Roma. Nei limiti del rispetto nazionale s’intende, altrimenti sarebbe intervenuta la Polizia Federale, come accadde ripetutamente in alcune città, tra le quali Napoli, Cagliari e Bologna.

Il federalismo risolse la secolare disputa tra Nord e Sud. Ora il Nord non poteva più rimproverare il Sud di succhiargli l’anima, pertanto non c’era più motivo di odiarsi. Inoltre, grazie al federalismo e alla Polizia Federale, le mafie non potevano più operare liberamente. Una delle più determinanti operazioni di polizia smantellò definitivamente la ‘ndrangheta e la camorra, con tanto di maxi-processi in stile anni Novanta. La rieducazione dei territori del Sud fu intensa e molto travagliata. Venne chiamata Operazione Recupero. L’esercito piantonava sistematicamente ogni via di Napoli, Catania, Reggio Calabria, Gioia Tauro, Palermo e altre località sensibili. Le sparatorie erano all’ordine del giorno, ma i militari erano meglio addestrati e godevano di mezzi decisamente più avanzati, perciò l’avevano sempre vinta. Senza contare che i servizi segreti, efficienti come sempre, stanarono i mafiosi uno per uno, portandoli allo sfinimento. Stremati dal pressing poliziesco a cui erano sottoposti, la maggior parte dei malviventi depose le armi e si costituì. Altri preferirono lottare fino alla morte e venivano accontentati. Altri ancora preferirono provvedere da sé alla propria morte.

I tre Super Amici Interspaziali erano ora sul ciglio del torrente, nei pressi della corte. Schiacciarono ad unisono il pulsante sulla loro tuta che faceva in modo che i loro costumi scomparissero nelle suole delle loro scarpe. Ora erano tornati ad essere Mattia, Gianmaria e Denis. Il Giamma allungò a Mattia lo stivale ancora fumante, con dentro l'uomo del sottoscala:

– Tocca a te! – gli disse.

Mattia prese lo stivale e lo scagliò nel torrente senza pensarci due volte. Lo stivale cadde in acqua con uno splash, ma non affondò, tornò a galla quasi subito. Il fiume se lo portò via con calma, con molta calma. I tre amici lo osservavano mentre spariva dalle loro viste.

– Ottimo lavoro ragazzi! – si congratulò Mattia. 

– Beh… – balbettò il Denis.

– Che c’è? – domandò il Giamma. 

– Domani scacciamo anche il mio?

– Il tuo cosa?

– Il mio uomo del sottoscala.

– Ma te neanche ce l’hai un sottoscala a casa tua!

– Lo so! Infatti si nasconde in cantina.

FINE

© Elia Cristofoli 2013

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